INTERVISTA AL PRESIDENTE FIDAL SONDRIO MAURO ROSSINI

Partiamo dall'ultima gara che si è svolta in provincia su pista, quella di Chiuro del 17 settembre: deludente la partecipazione. Spesso e volentieri si è detto che le discipline cosiddette tecniche sono il tallone d'Achille della Valtellina, in questi anni sono stati fatti vari tentativi per rilanciarle. Come mai non ci si riesce?

Per rilanciare le cosiddette discipline tecniche fondamentalmente servono due fattori: i tecnici e gli impianti. Sul secondo punto si può anche, in parte, soprassedere nel senso che si possono trovare soluzioni alternative, ma il primo punto è cruciale; se mancano i tecnici non si può costruire nulla, anzi si rischia di fare danni. Negli ultimi anni abbiamo cercato di lavorare su questo aspetto, abbiamo organizzato un corso per nuovi tecnici e alcuni incontri di approfondimento per i tecnici già formati proprio in quei settori dove c’è meno esperienza.

A livello di gare la partecipazione in pista è sempre un po’ carente, sono state provate diverse soluzioni ma il risultato non è stato quello desiderato.

Debbo dire però che il lavoro fatto comincia a dare i suoi frutti. A livello regionale e nazionale le nostre società hanno raccolto risultati interessanti, anche al di fuori del mezzofondo.

 

Parliamo invece di corsa in montagna che è il nostro punto di forza. Anche questa disciplina è cambiata negli ultimi anni perdendo seguito a favore di nuove tipologie di gare come skyrace e trail. Come ha affrontato la Fidal questi nuovi scenari?

Purtroppo devo dire che a livello centrale questi nuovi scenari sono stati gestiti molto male. Dopo anni in cui si è cercato di far convergere queste tipologie di gare all’interno della Federazione, in quanto fin da subito era chiaro che erano manifestazioni agonistiche e quindi andavano disciplinate sotto l’egida di una Federazione riconosciuta dal CONI, quando questo è accaduto gli organi centrali della Federazione hanno pensato ad una sorta di anno sabbatico in cui queste tipologie di manifestazioni potevano essere organizzate senza la necessità di presentare un regolamento, sotto la diretta responsabilità degli organizzatori, con la presenza di un unico giudice con l’aggiunta di una sorta di offerta promozionale sulle tasse federali per l’organizzazione. Io personalmente non mi riconosco in un simile approccio, se la Federazione aggrega una nuova disciplina lo deve fare in modo serio, esplicito, emanando fin dall’inizio norme e regolamenti precisi esattamente come nelle altre discipline, questo per rispetto di chi partecipa e di chi si impegna ad organizzare, senza creare discriminazioni di tipo economico. Se aggiungiamo, come ho detto all’inizio, che non è stato un fulmine a ciel sereno ma è da tempo che si discute di questi argomenti, il giudizio sulla gestione non può essere positivo. L’unica speranza è che terminato il “sabbatico” 2016 per l’anno prossimo si arrivi ad avere norme e regolamenti anche per queste nuove discipline.

 

Anche se siamo una provincia piccola non mancano i giovani talenti. Chi si è messo più in luce in questo 2016?

Sì, i nostri giovani ci hanno dato soddisfazioni anche quest’anno. Non mi soffermerei su un nome in particolare, ce ne sono stati vari, tutti meritevoli allo stesso modo. Potrei andare a verificare le graduatorie e dire chi ha fatto il punteggio migliore, ma non è un metro di giudizio a mio avviso valido per le categorie giovanili, al di là della prestazione in assoluto bisogna guardare la crescita, la costanza e l’impegno.

 

A livello di numeri e gare organizzate, come si è mosso il movimento dell'atletica provinciale in questi ultimi 4 anni?

I numeri sono più o meno stabili, sia come tesserati sia come gare. Come tesserati ci aggiriamo intorno ai 1900 atleti, il problema è che su circa 500 nuovi atleti che tesseriamo ogni anno ne abbiamo altrettanti che abbandonano. Questo è un dato su cui riflettere, soprattutto per quanto riguarda le categorie giovanili. Purtroppo il fenomeno dell’abbandono giovanile è comune a tutti gli sport.

Circa le gare, registriamo alcune new entry nell'ambito del nuovo settore dei trail e per fortuna le gare storiche si mantengono. Siamo un po’ carenti nel settore delle gare su strada per i giovani e si fa un po’ fatica a mantenere l’attività su pista.

 

La "concorrenza" da parte di altri sport, in particolare quelli di squadra, è molto elevata. Se dovesse lanciare uno spot per invogliare i giovani, ma anche i meno giovani, a praticare l'atletica, su cosa punterebbe?

Punterei sicuramente sul fatto che in atletica sono tutti protagonisti, non esiste panchina. È anche importante sottolineare che l’atletica non è solo la corsa, esistono molteplici discipline e basta solo trovare, con l’aiuto dei tecnici che lavorano nelle nostre società, quella più congeniale alle proprie caratteristiche fisiche.

 

In un'epoca come quella che stiamo vivendo che promuove un modello individualista e superficiale, le società sportive che operano nel settore giovanile rappresentano un baluardo dei valori di amicizia, condivisione, impegno e socializzazione. Cosa fa la FIDAL per sostenerle e incentivare i tanti volontari che ancora si impegnano per lo sport e per i giovani?

Distinguiamo innanzitutto gli organi centrali da quelli periferici. A livello periferico l’attenzione nei confronti delle società è ancora un punto principale dell’attività dei Comitati e questo l’ho riscontrato anche nei colleghi delle provincie ed a livello regionale. Nella nostra provincia possiamo contare su un solido tessuto formato dalle società che si impegnano quotidianamente a trasmettere ai nostri giovani tutto quanto di positivo può dare lo sport.

Diverso l’atteggiamento che si percepisce a livello centrale. Purtroppo la sensazione è che a livello centrale la deriva individualista stia prendendo piede. Le uniche strategie che ho visto in questi quattro anni sono rivolte all'aumento dei tesserati, a coinvolgere più persone possibile nel nostro sport, ma l’impressione è che sia solo una esigenza di cassa. Capisco le difficoltà che può avere la Federazione in tempi come questi a far quadrare i bilanci, ma se pensiamo che per risolvere i problemi basti solo trovare fonti di finanziamento, mi permetto di dire che la visione è perlomeno miope.

Per fare un campione non servono i soldi, servono in primis i talenti, poi i tecnici che siano in grado si farlo crescere e una struttura che possa valorizzarlo. Certo, fare tutto questo costa, ma pensare solo ai soldi è come pensare che per viaggiare basti solo avere la benzina.

Aggiungo che è inutile guardare a modelli presenti in altre nazioni che hanno una storia e percorsi formativi differenti dai nostri. In Italia lo sport si è sempre generato ed è stato portato avanti dalle associazioni sportive e dai loro volontari. Perché, mi chiedo, non puntare sulla loro valorizzazione invece di inventarsi nuovi modelli? Peraltro finché il modello associativo è stato adeguatamente supportato mi sembra che i risultati non siano mancati

 

Si legge spesso di progetti nazionali che coinvolgono lo sport, la scuola, i giovani. Ma nel concreto, a livello locale, questi progetti arrivano e portano qualcosa di buono?

Purtroppo anche qui devo rilevare un scollamento tra centro e periferia. I progetti ci sono, ma non vengono opportunamente veicolati. Non c’è una adeguata comunicazione, almeno a livello di Federazione, per cui spesso i progetti rimangono sconosciuti.

 

Siamo ormai a fine mandato e quindi è tempo di bilanci. Rispetto a quello che era il programma quadriennale del Comitato provinciale FIDAL di Sondrio cosa siete riusciti a fare e cosa no?

In estrema sintesi direi che siamo riusciti a mantenere l’impegno relativo alla crescita dei nostri tecnici e conseguentemente garantire una adeguata gestione dell’attività giovanile. Se è mancato qualcosa è la valorizzazione dell’attività su pista che come dicevamo all'inizio potrebbe migliorare.

 

Allarghiamo lo sguardo a livello nazionale: alle Olimpiadi di Rio l'atletica azzurra è tornata a casa senza medaglie (non accadeva dal 1928). Qual è il suo commento?

Grande amarezza. Vedere la nostra atletica non raccogliere nulla fa male, ma si sa, si raccoglie ciò che si semina ed è da tempo che la “semina” non funziona. Abbiamo talenti nelle categorie giovanili, otteniamo risultati fino agli under 23 e poi non riusciamo a far fare ai nostri atleti il salto di qualità. Sottolineo che non è un problema di talenti, tanto di cappello ai ragazzi che sono andati a Rio e che sicuramente hanno fatto il massimo, ma di gestione del talento e ultimamente in questo siamo carenti, quello che fa male è sapere che in passato eravamo in grado di produrre i campioni. Credo che a livello di Federazione serva una riflessione seguita poi da impegni concreti.

 

Alla fine di gennaio ci saranno le elezioni provinciali. Ha intenzione di ricandidarsi?

Purtroppo in questi quattro anni ho verificato che le perplessità che avevo circa il tempo che posso dedicare a questo impegno non erano sbagliate e sento che questa carenza si è riflettuta sulle attività del Comitato. Il Presidente deve essere sempre in prima linea per coordinare e spronare i suoi collaboratori, purtroppo i miei impegni familiari e lavorativi mi consentono di fare questo in modo discontinuo. Alla luce di questo non penso di ricandidarmi anche se mi dispiace perché la voglia ci sarebbe, ma per correttezza nei confronti delle società e degli atleti ritengo sia meglio così.

 

Ha qualche consiglio per il suo successore?

Semplicemente di cercare di stare vicino alle società e conseguentemente agli atleti, sostenerle ed indirizzarle. Darsi degli obiettivi e perseguirli tenendo conto delle diverse opinioni e delle critiche costruttive e non dando peso alle critiche “a prescindere” di quelli che io chiamo “professori senza cattedra” che magicamente, quando le cattedre si liberano, scompaiono.